BRINDISI/ LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA EUROPEA, SONIA ALFANO: “COLPITA UNA SCUOLA PER COLPIRE LO STATO”

PALERMO, 19 MAG – E’ una condanna durissima quella dell’on. Sonia Alfano, Presidente della Commissione Antimafia Europea, contro l’attentato di Brindisi.

“Il paese ha subìto un gesto di una bestialità assoluta. Quello di Brindisi è un attentato contro lo Stato. E’ stata colpita la scuola ed è stata colpita per uccidere, niente è per caso. Adesso le istituzioni devono dare una risposta altrettanto dura e concreta e non solo innalzando subito i livelli di sicurezza. Siamo in balìa di bestie che vogliono creare il terrore, colpendo il cuore dello Stato”.

“Il mio pensiero – dice l’on. Sonia Alfano – va a Melissa e Ilaria, alle loro famiglie, ai feriti e a tutta la città di Brindisi. Mi stringo a loro in questo giorno di dolore inaudito”.

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Processo Mori: le amnesie di Guazzelli e la presenza di Scibilia

Cosa ci fa la Presidente della Commissione Antimafia Europea al processo Mori? Se lo sono chiesto in tanti questa mattina nell’aula del palazzo di giustizia di Palermo, dove si svolge l’udienza del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura del boss Provenzano. Se lo sono chiesto in tanti e si leggeva nei loro occhi. Nessuno però ha osato farmi la domanda. Altrimenti avrei risposto, molto serenamente, che non è la prima volta che assisto alle udienze del processo. Basterebbe lo status di “cittadina” a giustificare la mia presenza in aula. Ma adesso che presiedo la Commissione europea sul crimine organizzato ho un motivo in più che mi porta a prestare attenzione ai processi nei quali, prima ancora della loro definizione, sono comunque emerse enormi deviazioni praticate da organi istituzionali che, ancorché istituzionalmente deputati ad aggredire le organizzazioni mafiose, ne hanno amplificato la forza e perpetuato la stessa esistenza. Ormai nessuno più nega che la forza delle mafie coincide con la capacità delle stesse di relazionarsi coi poteri ufficiali e purtroppo proprio quello è il campo d’intervento dal quale certa magistratura sonnacchiosa si sottrae, finendo così con l’ingigantire la sovraesposizione di quei magistrati, come, tra gli altri, i pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo, che applicano coerentemente la legge nei confronti di tutti, anche in indagini delicatissime come quella sulla trattativa fra mafia e pezzi dello Stato nel 1992-93.

Ho osservato con attenzione tutto quanto accadeva in quello strano scenario nel quale si svolge il processo. E così, dopo l’esame della giornalista Sandra Amurri, che ha raccontato ai giudici della conversazione casualmente udita tra l’on. Mannino e l’eurodeputato Gargani, ho notato le amnesie di Riccardo Guazzelli, figlio del maresciallo Giuliano Guazzelli, ucciso da Cosa Nostra vent’anni fa, chiamato a deporre per fare chiarezza sui rapporti tra il padre e, appunto, l’on. Calogero Mannino. Ma lui non sapeva, non ricordava, confermava ma non confermava. Ho notato, ancora, gli sforzi del sostituto procuratore Di Matteo nell’incalzare Guazzelli junior con le sue domande e anche con le contestazioni di precedenti dichiarazioni. Ho colto l’atteggiamento del generale Mori, che continuava ad annuire soddisfatto ad ogni amnesia del teste. Ma, soprattutto, ho notato la presenza nei pressi dell’aula di udienza del maresciallo Giuseppe Scibilia, responsabile di quel Ros di Messina che nel 1993 avrebbe dovuto arrestare il boss allora latitante Nitto Santapaola, e che invece finse perfino di non comprendere nessuna delle sconvolgenti intercettazioni ambientali attive nei locali abitualmente frequentati dal capomafia catanese e gestite proprio dal Ros di Messina nell’ambito dell’indagine sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, mio padre. Chissà, forse Scibilia era lì per una personale competenza sulle mancate catture dei capi di Cosa Nostra.

Anche il pm Di Matteo e il Presidente della Corte, Mario Fontana, si sono incuriositi per la presenza di Scibilia. Hanno chiesto spiegazioni a Guazzelli, il quale ha confermato di conoscerlo, di averlo visto e salutato poco prima dell’udienza, ma di non avergli chiesto il motivo della sua presenza, giusto oggi, proprio lì, lui che vive nel messinese: “Non gli ho chiesto le ragioni della sua presenza perché – ha spiegato Guazzelli – so che quando sono qui non devo parlare con nessuno”. E’ stato poi il generale Mori, chiedendo la parola per dichiarazioni spontanee, a chiarire il motivo di quella presenza: “Scibilia è qui per parlare con me”. E la ragione, si è capito, era la necessità per il sottufficiale in pensione di consegnare in anteprima al generale la bozza del suo futuro libro. Niente di meno.

Finita la deposizione, Guazzelli è andato via. Chiusa l’udienza, siamo usciti tutti dall’aula. A Scibilia, ancora nei corridoi del palazzo di giustizia, ho sentito dire: “Non vedo Guazzelli”. Dietro, una voce. Quella di Riccardo Guazzelli: “Eccomi”, ha risposto. E sono andati via insieme. Naturalmente, senza chiedersi le ragioni della loro rispettiva presenza. Domande da non farsi, in quegli ambienti.

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DDL ANTICORRUZIONE, SONIA ALFANO (PRESIDENTE COMMISSIONE CRIM): “GRAVISSIMO ATTEGGIAMENTO DEI DEPUTATI ITALIANI”

PALERMO, 18 MAG. – “L’atteggiamento assunto da molti parlamentari italiani nell’ambito della discussione del ddl anticorruzione nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera è gravissimo e squalifica il Paese sullo scenario internazionale. E’ inconcepibile che ancora una volta in Parlamento si pensi più ad interessi di bottega che al bene degli italiani, vessati da pesantissime politiche d’austerità più per l’incapacità dei partiti di lavorare guardando all’interesse collettivo che per assoluta necessità”.

Lo ha detto l’eurodeputata e presidente della Commissione CRIM del Parlamento Europeo (sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro) Sonia Alfano.

“Ricordo a chi oggi è impegnato a fare ostruzionismo, e in particolare a quel PdL terrorizzato dal ddl anticorruzione – sottolinea Alfano – che si sta giocando con la vita degli italiani, ai quali questo incontrollato fenomeno costa mille euro l’anno a testa. Un’illegittima e indebita tassa che i cittadini pagano perché la politica italiana non vuole dare risposte e tende all’autoconservazione della propria casta – accusa -, ritardando su provvedimenti urgenti che potrebbero servire a risollevare le sorti del Paese. Mi auguro che il governo e le forze politiche trovino il tempo di pensare all’Italia e abbandonino il disonorevole vizio di garantire l’impunità a chi ha fatto della corruzione il proprio modus operandi”.

“La commissione CRIM – prosegue – ha nel suo mandato il contrasto alla corruzione, strumento che permette alle mafie e ai sistemi criminali di infiltrare e deviare le pubbliche amministrazioni, la politica, il tessuto imprenditoriale e finanziario. Già il Parlamento Europeo lo scorso 25 ottobre ha chiesto all’Italia di ratificare le Convenzioni di Strasburgo, e non dimentichiamo le pressioni del Consiglio d’Europa. La CRIM – conclude – porrà estrema attenzione affinché l’Italia e tutti gli Stati membri attuino politiche anticorruzione efficaci”.

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Caltanissetta: Da Capaci alla nuova Resistenza (22-23 maggio)

ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
(sezione di Caltanissetta)
17 maggio 2012 

Alla presentazione sarà presente Sonia Alfano

Caltanissetta. Con una lettera indirizzata ai “cittadini che non intendono solo commemorare” abbiamo auspicato che a Caltanissetta la memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, degli uomini delle loro scorte, di tutte le vittime della mafia, fosse simbolicamente onorata con il gesto dell’accensione di una piccola luce da parte di ogni cittadino dinanzi al Palazzo di Giustizia; a monito della grande luce che si può fare con il contributo, anche minimo, di tutti.
L’invito ha ricevuto tantissime adesione da cittadini, associazioni, enti e istituzioni anche al di fuori del territorio nisseno e questa così ampia, spontanea e sentita partecipazione ci consente l’organizzazione di una serie di eventi tra il 22 e il 23 maggio 2012 a Caltanissetta, che di seguito proveremo ad illustrare.

Il 22 maggio alle ore 18,00 presso lo Stadio “Tomaselli” di Pian del Lago si svolgerà una partita di calcio in onore dei caduti nella lotta alla mafia. Si fronteggeranno una squadra composta da magistrati e avvocati nisseni e una squadra composta da rappresentanti delle forze dell’ordine. In campo ci saranno due giocatori d’eccezione: il dott. Manfredi Borsellino che giocherà con i magistrati e gli avvocati e nell’altra formazione il Prefetto di Caltanissetta Carmine Valente che giocherà con i rappresentanti delle forze dell’ordine.

Il 23 maggio alle 17,58 (orario in cui esplosero le bombe di Capaci vent’anni prima) il Palazzo di Giustizia di Caltanissetta diventerà un luogo di cultura, di arte e di memoria.
Nell’ambito di un ambizioso Progetto culturale per la giustizia verrà inaugurato il progetto fotografico a cura di Santo Eduardo Di Miceli con la collaborazione di Silvio Zaami dal titolo “Da Capaci alla nuova resistenza”, un ideale percorso dalle immagini di degrado della Sicilia a quelle della speranza fatta dall’opera di uomini impegnati affinché qualcosa cambi.

Subito dopo, alle 18,15, sempre all’interno del Palazzo di Giustizia nell’aula magna verrà presentato il volume “Io ricordo” (a cura di Giada li Calzi, Ruggero Gabbai e Arianna Paris e con la prefazione di Ferruccio De Bortoli), che contiene le storie dei familiari delle vittime della mafie, raccontate dagli stessi protagonisti. Alcuni di loro saranno presenti e offriranno la loro testimonianza. Tra questi Sonia Alfano (oggi Presidente della Commissione Antimafia del Parlamento Europeo), Giovanni Busetta, Chiara Frazzetto, Camilla Giaccone, Robertà Iannì.


Alle 20,00  fuori dal Palazzo di Giustizia i cittadini si ritroveranno “per fare luce” e per stare uniti, per ricordare e per impegnarsi per fare ognuno ciò che è nelle sue possibilità per un territorio senza mafia e senza illegalità, unica condizione per un futuro migliore.
A questi eventi parteciperanno il presidente della Corte di Appello Salvatore Cardinale, il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta Roberto Scarpinato, il Procuratore Sergio Lari, il Presidente del Tribunale Claudio Dall’Acqua, il Procuratore aggiunto Domenico Gozzo, il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati Giuseppe Iacona, il Presidente dell’ANM di Caltanissetta Giovanbattista Tona.
Alla manifestazione hanno aderito diversi artisti nisseni che si esibiranno in ricordo delle vittime della mafia: tra questi la compagnia teatrale di Aldo Rapè e la danzatrice Mara Rubino.
La manifestazione verrà presentata nel corso di una conferenza stampa che si svolgerà lunedì 21 maggio 2012, alle ore 11,00 presso la sala riunioni della Procura della Repubblica di Caltanissetta

IL SEGRETARIO
Dott.ssa Alessandra Bonaventura Giunta

IL PRESIDENTE
Dott. Giovanbattista Tona

Per ulteriori informazioni:
sull’iniziativa: www.dacapaciallanuovaresistenza.it
sul volume “io ricordo”: www.progettolegalita.it

per la conferenza stampa:
Dott. Franco Sclafani
Ufficio dei referenti per la formazione decentrata dei magistrati di Caltanissetta
Tel 0934.71780 – fax 0934.71233 – formazione.ca.caltanissetta@giustizia.it

PER FALCONE E BORSELLINO FACCIAMO LUCE

Ai cittadini che non vogliono solo commemorare
Il 23 maggio 2012 constateremo tutti che saranno trascorsi vent’anni dalla strage di Capaci.
Ognuno di noi esprimerà tutta la sua ammirazione e tutta la sua gratitudine per Giovani Falcone, per Paolo Borsellino e per tutte le vittime della mafia che con loro, prima di loro e dopo di loro hanno sacrificato la vita.
Il bilancio della lotta alla mafia, se sarà veritiero, farà emergere due grandi debiti che tutti abbiamo nei confronti di questi uomini.
Il primo debito è di gratitudine e non si può estinguere mai; va onorato tutti i giorni con l’impegno civile di ognuno.
Il secondo debito è di verità e si potrà estinguere, quando tutti, anche a fronte delle molteplici difficoltà, ci impegneremo nel fare luce su quello che è successo in Sicilia, ma anche in Italia, quando furono decise ed eseguite la strage di Capaci e l’eccidio di via D’Amelio.
Ci sono tanti magistrati, investigatori e uomini di buona volontà che si adoperano da anni su questo difficile fronte. E in mezzo a tante incertezze, qualche depistaggio, taluni comportamenti opachi e molti altri contraddittori da parte anche di uomini delle istituzioni, oggi si intravedono nuovi bagliori di luce.
Falcone e Borsellino devono oggi essere onorati come dei nuovi Padri di una Patria democratica e libera dalle mafie; per farlo davvero, però, occorre un silenzioso, continuo, rischioso e non sempre gradito lavoro per rendere sempre più chiaro ciò che accadde nel 1992.
Questo significa volgersi dove c’è buio e dove tanti, in maniera più o meno interessata, dicono di non vedere nulla; significa provare ad accendere una fiammella per vedere e capire.
Anche se il fuoco ci può bruciare le dita.
Anche se il vento o il soffio di qualche prepotente potrà tentare di spegnerlo.
Anche se sarà sempre una luce troppo piccola e non riusciremo a vedere bene tutto.
Anche se qualcuno ci chiederà conto del perché ci ostiniamo ad accenderla invece di occuparci di altro o accettare il buio così per com’è.
Uno dei luoghi in cui si cerca di fare quotidianamente questo difficile lavoro è il Palazzo di Giustizia di Caltanissetta.
Chi lo fa è convinto che bisogna continuare, senza nutrire ambiziose pretese ma senza perdere la propria umile coriacea determinazione.
Chi lo fa è anche convinto che la verità potrà essere raggiunta forse con il lavoro di pochi, ma certamente con il contributo di molti.
Alcuni sapevano e non hanno parlato, altri hanno parlato affinché le cose non si venissero comunque a sapere; ancora oggi c’è chi non si preoccupa di sapere ma di tutelare se stesso o altri; poi ci sono quelli che potevano sapere, non hanno voluto sapere e ora vorrebbero che nessuno sapesse.
Diverse associazioni e gruppi di cittadini, che in tante occasioni hanno manifestato vicinanza e solidarietà ai magistrati sottoposti a minacce, hanno espresso il desiderio di incontrarsi il 23 maggio 2012 a Caltanissetta, oggi città simbolo del faticoso percorso verso la ricerca della verità.
Ognuno di questi cittadini porta dentro di sé un frammento di quella collettiva voglia di verità, che ancora oggi, nonostante tutto, è presente nella nostra terra; e tutti questi frammenti si uniscono alla voglia di verità che anima magistrati e investigatori impegnati in un difficile lavoro, tuttora in corso. Ognuno può accendere una fiammella con la quale si possa vedere e si possa capire.
Sarebbe bello che la ricerca della verità, la disponibilità di ognuno a fare la propria parte, l’indisponibilità ad accettare la coltre di oscurità che potrebbe coprirci, venissero simbolicamente
rappresentati, ritrovandoci tutti dinanzi al Palazzo di Giustizia di Caltanissetta alle 20,00 e creando insieme tanti piccoli varchi nel buio attraverso piccole fiammelle che, una per ciascuno, riuscissero a vincere le tenebre che circondano, ancora a distanza di vent’anni, i terribili fatti del 1992.

Giovanbattista Tona


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“Impressioni d’udienza” dal processo Cassata/8

di Fabio Repici

Antonio Franco Cassata

Solitamente sono i politici a cercare avvicinamenti con i magistrati, per convenienze di varia natura. Oggi all’udienza del processo a carico del Procuratore generale di Messina Franco Cassata si è appreso, invece, che nel distretto messinese le cose funzionano al contrario. In molti, infatti, sono rimasti a bocca aperta quando uno dei difensori di Cassata, l’avv. Alberto Gullino, ha rivolto una precisa domanda al senatore Beppe Lumia, uno dei due testimoni sentiti oggi. La domanda della difesa Cassata, più o meno, è suonata così, nell’aula del palazzo di giustizia di Reggio Calabria davanti al Giudice di Pace Lucia Spinella: “il dr. Cassata le chiese, attraverso amici comuni, un interessamento per le proprie vicende al Consiglio superiore della magistratura?”. Lo stupore del senatore Lumia nel sentire il quesito si è sciolto in un sorriso, con l’ovvia risposta che egli non si era mai prestato a “raccomandare” Cassata al Csm. Tra i presenti ci si è interrogati sul senso della domanda. Ma poi quel difensore ha insistito sul tema, chiedendo conto al senatore Lumia delle ragioni per cui aveva sempre rifiutato gli abboccamenti tentati nel corso del tempo da Cassata. La risposta banale di Lumia è stata che non gli sarebbe parso per nulla coerente da parte sua da un lato rivolgere interrogazioni e denunce sulle malefatte del Procuratore generale di Messina e d’altro canto rendersi disponibile a riservate “diplomazie”. Certo è che la morale della vicenda raccontata al Giudice dal senatore Lumia è quella di un politico che, dopo averne esaminato le gesta, ha sempre tenuto a distanza due magistrati di peso, Antonio Franco Cassata e Olindo Canali, e i loro emissari.

La deposizione di Beppe Lumia è durata circa tre ore. Il senatore ha ricordato i suoi rapporti con Adolfo Parmaliana, dal 2004 alla sua morte, avvenuta il 2 ottobre 2008. Ha descritto il rigore e l’integrità morale del docente universitario e tutte le sue battaglie a tutela della legalità nella sua Terme Vigliatore, la denuncia sporta al Csm contro il dr. Cassata per gli incarichi legali dati al figlio di Cassata dal sindaco Bartolo Cipriano (destinatario impunito di molte delle denunce di Adolfo e anche leader di fatto dell’amministrazione comunale poi sciolta per mafia nel 2005) e molto altro delle tante tenaci lotte portate avanti da Adolfo a fronte del degrado istituzionale mafiogeno nella provincia di Messina. Lumia ha anche ricordato l’impressione che colse tutti i componenti della Commissione parlamentare antimafia nel giugno 2005 allorché l’allora Procuratore della Repubblica Luigi Croce ebbe parole durissime nei confronti di Cassata e Canali al riguardo delle vicende poi diventate note con l’informativa Tsunami. Lumia, poi, ha ripetutamente battuto sull’inconcepibile compresenza nel circolo barcellonese Corda Fratres di mafiosi del calibro di Giuseppe Gullotti e Rosario Pio Cattafi e del Procuratore generale di Messina. Ha sostenuto (e come dargli torto?) che una situazione del genere sarebbe stata impensabile in qualunque altra parte d’Italia. Infine, il senatore ha ricordato con una punta di commozione l’ultimo incontro avuto con Adolfo Parmaliana a Barcellona Pozzo di Gotto nel settembre 2008. Adolfo era molto turbato e gli mostrò il decreto di citazione a giudizio emesso nei suoi confronti dalla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto per dei manifesti in cui il docente universitario aveva mostrato il suo plauso al decreto del capo dello Stato con cui era stata sciolta l’amministrazione comunale di Terme Vigliatore per infiltrazioni mafiose e al provvedimento del Tar che aveva rigettato il ricorso degli amministratori rimossi. Ciò era bastato a un pm di Barcellona, secondo quanto riferito da Adolfo a Lumia anche per ingerenza del dr. Olindo Canali, a farlo diventare imputato. Adolfo confidò a Lumia che avvertiva i segnali di una rappresaglia giudiziaria che era stata avviata contro di lui.
Letta l’imputazione, il senatore Lumia era rimasto “sconcertato” per l’operato della Procura di Barcellona e aveva sollecitato Adolfo a citarlo innanzi al giudice come testimone a discolpa, perché si trattava di una vicenda aberrante. Non ci fu più occasione per Lumia di incontrare il suo amico Parmaliana: le ultime notizie da lui le ricevette dalla lettura della sua “ultima lettera”, con la quale gli chiedeva di testimoniare in ogni sede la verità sulle battaglie di Adolfo. Chiunque abbia ascoltato la testimonianza di Lumia può oggi dargli atto di aver encomiabilmente prestato fede all’impegno richiestogli da Adolfo in punto di morte.
Terminato l’esame di Lumia, ha deposto il poliziotto Salvatore Caruso, già in servizio presso la Dia di Messina. Il 23 settembre 2009 era stato contattato dal suo amico barcellonese Giovanni Celi, avvocato ma soprattutto nipote di cotanto Procuratore generale. Il giorno dopo, convocato alla presenza del dr. Cassata, gli venne chiesto di contattare lo scrittore Alfio Caruso, in quel momento impegnato nella redazione della biografia di Adolfo Parmaliana, in virtù dei loro rapporti di parentela, e di chiedergli la disponibilità a incontrare il magistrato, in quel momento timoroso di quanto nel libro sarebbe stato scritto su di lui. Fu con molto imbarazzo che il 25 settembre 2009 il poliziotto rivolse ad Alfio Caruso le richieste di Cassata, ottenendo un secco altolà: il libro, garantì lo scrittore, era fondato su dati documentali e pronto ad andare in stampa; Cassata si facesse vivo in occasione di qualche presentazione del libro in Sicilia, se avesse avuto davvero l’interesse a incontrarlo. Ancor più imbarazzato, il poliziotto riportò il messaggio all’avv. Celi e allo zio magistrato. Ma per sua sfortuna non finì lì.
Negli ultimi giorni del 2010 a telefonargli fu direttamente Cassata. Aveva urgenza di vederlo e lo convocò – indovinate dove? – al circolo Corda Fratres. Giunto lì, il Procuratore generale gli aveva fatto uno strano discorso, non del tutto comprensibile, su un esposto anonimo in qualche modo riguardante Adolfo Parmaliana e aveva mostrato uno strano interesse per conoscere dal poliziotto la data alla quale risaliva la vecchia richiesta di contattare lo scrittore Alfio Caruso. Il dr. Cassata, però, era stato chiaro su altro: da quando era stato pubblicato il libro “Io che da morto vi parlo” aveva perso serenità, salute e sonno, tanto da fare ricorso a farmaci; e aveva timore per quanto aveva scritto “quel Cristaldi”, ovvero l’ufficiale dell’Arma dei carabinieri che aveva redatto l’informativa Tsunami, riportante gesta poco eroiche di Cassata e di Canali. Qualche giorno dopo il poliziotto tornò dal Procuratore generale per riferirgli di non essere riuscito a ricordare con esattezza la data richiestagli. Non trovandolo in ufficio, una domenica andò a trovarlo al Museo Cassata: sapeva dal nipote del magistrato che la domenica Cassata faceva di solito ricevimento in quella sede. Anche durante la testimonianza del poliziotto Caruso si è parlato del solito circolo Corda Fratres. E, a proposito di Corda Fratres, l’udienza si è conclusa con un’imprevista iniziativa del difensore di Cassata. Ha prodotto un ponderoso volume patinato del 2004 dal titolo “Corda Fratres”, redatto per il sessantesimo anniversario della fondazione del circolo da Nino Sottile Zumbo, direttore del Museo Cassata, e da Maria Teresa Collica. Sì, la candidata sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto oggi, suo malgrado, è diventata testimone a difesa di Cassata, per la pregressa iniziativa editoriale. Capita anche questo, nel processo all’unico Procuratore generale d’Italia imputato.
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Crisi: il lavoro è una questione di vita o di morte

di Samanta Di Persio

Il compito è appena cominciato, ci battiamo ogni giorno per continuare a evitare un drammatico destino come quello della Grecia. Le cifre di questi giorni danno il bilancio della devastazione che la crisi ha portato alla Grecia, anche là molto più che in Italia per gravissimi errori di condotte del passato. E’ lì ci sono stati tagli enormi nel numero dei dipendenti pubblici, negli ultimi due anni, ci sono stati 1725 suicidi. Questo e’ quello che in Italia cerchiamo di invertire per non precipitare in quel precipizio” Sono le parole del Presidente del Consiglio Mario Monti pronunciate il 18 aprile 2012, avrebbero dovuto dare un messaggio ottimista, ma non hanno prodotto nessun effetto positivo, perché, da quel giorno i suicidi sono continuati e forse i media hanno anche privilegiato questo genere di notizia. Come spiegava Ilvo Diamanti in un articolo di qualche giorno fa su La Repubblica, i suicidi ci sono sempre stati. Infatti come dichiarano gli economisti senza microfono la crisi non è sicuramente da attribuire all’attuale Governo tecnico, ma è cominciata anni fa. Ho intervistato e messo a confronto due imprenditori, due imprenditori indotti a fare cattivi pensieri, sono due voci che rappresentano il Paese nella sua territorialità: Giuseppe Iudici pugliese e Daniele Vignandel friulano. Giuseppe mi spiega che il lavoro per lui è come il Vangelo che non tradisce mai se ci si impegna, lui è partito da zero ed è riuscito a dar lavoro a dodici persone. Daniele lo intende come libertà: “Libertà non intesa come “liberismo”, ma libertà di dimostrare i tuoi valori e le tue capacità, prima di tutto a te stesso e, poi, ad altri nel rispetto delle regole”.

Gestivano due attività fiorenti, uno nel campo dell’estetica e l’altro dell’informatica, sicuramente due persone lungimiranti perché la nostra società è basata proprio sulla rincorsa al bello e alla tecnologia di ultima generazione. MA… “Un Giuda mi ha tradito: le banche. Mi hanno cominciato a chiedere di rientrare -afferma Giuseppe- mi hanno tolto agevolazioni di sconti fattura o fidi. In generale è stata la banca a farmi chiudere perchè non finanziando più gli italiani, abituati a produrre  dai tempi della famosa cambiale, questa chiudeva le porte anche ai miei nuovi clienti, non concedeva credito e quindi di fatto bloccava l’economia che avrebbero creato. Hanno fatto chiudere la mia azienda per mancato incasso e non per mancata capacità” Stessa cosa, a migliaia di chilometri, accade a Daniele: “Tutto inizia se ti accorgi che non riesci a far fronte al tuo fido e “sforando” di continuo ti vengono addebitati costi allucinanti e chieste sempre maggiori garanzie per poi sfociare nel classico: «Ok dobbiamo appianare tutto il debito o procediamo al fallimento… » Arrivati a questo punto, veramente non sai che fare. Lo sconquasso che si crea a casa diventa terribile se la situazione con la tua compagna era già difficile, se, come nel mio caso, hai un bambino “diverso” da aiutare. La frattura diventa insanabile eppure devi rimanere lucido per tuo figlio che non può difendersi, per il senso del dovere che deve esserci in ognuno di noi e per l’istinto di sopravvivenza che ti prende”.

Giuseppe, spaventato dall’idea che potesse diventare un numero in meno, ha scritto un appello disperato ad un quotidiano on line Affari Italiani, la sua lettera è stata pubblicata ed in breve tempo ha avuto risonanza in rete ed in televisione: è stato invitato nel programma In mezz’ora di Lucia Annunziata. Giuseppe spiega quali sono i cattivi pensieri che portano al gesto estremo: “Il suicidio è la tappa finale di un successo, di una normalità, di una responsabilità nei confronti dei lavoratori e dei tuoi figli. Tutto si trasforma in un terribile incubo. Sono complici del suicidio la solitudine, l’impotenza e l’indifferenza a risolvere un problema. Pensi al suicidio come la fine di quell’incubo che dura da mesi o anni. Io ci pensavo la notte in solitudine, ma svegliandomi la mattina guardavo i miei figli  che mi davano la forza di reagire.”

Anche Daniele ha trovato la forza di reagire nell’amore di suo figlio e della sua nuova compagna dopo aver maturato gli stessi intenti di Giuseppe “Il percorso non è immediato, ma se il credito si chiude inizia un’agonia impressionante. Ogni giorno hai il terrore di rispondere al telefono, il postino è un incubo e se lavori sempre meno ti senti rinchiudere la vita in una prigione senza sbarre, ma più crudele di esse: c’è l’indifferenza di chi ha lavorato con te e ora ti azzanna senza pietà notando per primo le tue difficoltà. Questo è condensato in poche parole, ma è un percorso che dura anni nel quale ti senti inutile, sbagliato, stupido ma soprattutto non riesci ad essere lucido per trovare soluzioni che non ci sono fino al punto di dire: voglio dormire e non svegliarmi più. Lo fai senza pensare alla morte in sé, ma solo il desiderio di dormire dopo anni di sonno mancato, sorrisi spenti, vita senza futuro per te e per tuo figlio. Vedi la scatola e dici…. ma sì, mi addormento e non ci penso più” Dopo esser riusciti scacciare i cattivi pensieri si deve continuare a vivere.  Giuseppe sottolinea che non vive, ma sopravvive vendendo oggetti acquistati quando poteva permetterselo: “Oggi si usa molto vendere oro o oggetti nella speranza che qualcosa accada” Forse in questo gesto si denota la vera crisi, quello che è già successo in Grecia e in Portogallo, la nascita dei vari punti compro/vendo oro sono un segnale inequivocabile: l’appiglio finale. Giuseppe grazie anche al suo appello è riuscito ad intercettare molti imprenditori, famiglie strozzate dalle difficoltà e, oltre a condividere con loro questa situazione, ha dato vita ad un movimento/fondazione. È  convinto che si possa ridurre il degrado sociale e, non solo propone delle soluzioni, ma si sta impegnando per metterle in pratica: “Sono in trattativa con un albergo chiuso che ha licenziato 37 dipendenti, il gestore mi ha fatto una proposta di unire gli imprenditori in crisi in una fondazione per riaprire l’albergo e dare lavoro alle 37 famiglie. C’è anche l’idea lanciata da Affari italiani di una banca onlus per dare microcredito e finanziamento alla piccola imprenditoria”.

Anche Daniele ha la sua ricetta per dare una spinta all’Italia e soprattutto agli italiani: “Comprare obbligazioni dello Stato significa indebitarci ancora di più perché di fatto questo è accaduto con il prestito all’ 1 percento concesso dalla BCE alle banche italiane, quest’ultime invece di usarlo per poter concedere crediti hanno comperato titoli di stato al 2,7 percento. Né più e né meno quello che ha portato al default della Grecia. Gli italiani dovrebbero capire che la borsa non esiste e non esistono soldi che crescono da soli nei portafogli. Mentre le banche dovrebbero svolgere un ruolo diverso, dovrebbero essere al servizio della crescita e non della finanza relativamente creativa. Dovrebbero essere le prime a credere negli imprenditori e rivedere il protocollo di Basilea che di fatto limita l’accesso al credito, altrimenti bisogna pensare ad una nazionalizzazione temporale o parziale delle banche.”

I nostri piccoli imprenditori hanno le idee ben chiare, però denunciano di non essere ascoltati, mancano gli interlocutori per poter, quanto meno, presentare le loro soluzioni. Un amministratore delegato di banca come Ministro sta dimostrando che non è sufficiente per invertire la rotta che ha preso l’Italia, certo è vero pure che un imprenditore ha affossato il Paese, ma oggi c’è bisogno della cooperazione di tutti, le stesse associazioni di categoria dovrebbero farsi portavoce delle difficoltà della piccola e media imprenditoria perché, quello che emerge da queste due testimonianze, i piccoli imprenditori si stanno aiutando da soli, si sentono abbandonati, proprio loro, che hanno contribuito al benessere economico di una Nazione. Non è più tempo di scongiuri, non basta dire che non stiamo ai livelli della Grecia, bisogna adoperarsi affinché non ci si arrivi, tant’è che oggi Syriza, leader della sinistra greca, propone in caso di vittoria di elezioni, di rinegoziare il debito con la Bce e stracciare l’accordo fatto dal precedente Governo socialista. Non dimentichiamo che l’Islanda si è salvata perché non ha accettato l’aiuto dal Fondo Monetario Internazionale, così come ha deciso il Popolo con un referendum libero e democratico.

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Omofobia in UE: le cose vanno meglio!

Il 17 maggio è la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia. Da anni il Parlamento europeo è molto attivo in questo senso. Ma cosa hanno fatto gli Stati membri fino ad ora? Quali stati tutelano i diritti della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali)?

A seguito di una tragica serie di suicidi da parte di adolescenti americani vittime di atti di bullismo, nel 2010 il giornalista Dan Savage ha postato su Youtube un video. All’immagine appare con il proprio compagno: incoraggiano i giovani gay vittime di bullismo a non demordere. Perché le cose cambiano e migliorano nel tempo. “It gets better!”. In pochi mesi migliaia di video di questo tipo sono apparsi on line.

Quest’anno anche l’Intergruppo LGBT del Parlamento europeo ha prodotto un video in cui i deputati e commissari si sono uniti per dire “no” all’omofobia. Anche in UE “le cose migliorano”:

Fonte: http://www.europarl.europa.eu

OMOFOBIA. SONIA ALFANO (PRESIDENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA EUROPEA): “ABBATTERE IL PREGIUDIZIO E LE DISCRIMINAZIONI CON LEGGI EFFICACI. BASTA IPOCRISIA”

PALERMO, 17 MAG. – “Ogni anno, in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia, siamo costretti ad ascoltare parole di circostanza, in particolare da buona parte della politica italiana: quella stessa politica giustamente attaccata a livello europeo per la propria inadeguatezza in fatto di lotta alle discriminazioni di ogni tipo. Per questo il mio appello, oggi più che mai, è di mettere da parte l’ipocrisia e la demagogia e garantire un impegno concreto: lavorare per abbattere il pregiudizio e le discriminazioni, attraverso la diffusione di una cultura del rispetto e per mezzo di leggi efficaci. E’ dovere delle istituzioni e della politica fare in modo che non esista più alcun tipo di persecuzione o anche soltanto prepotenza nei confronti delle persone LGBT”.
Lo ha detto l’eurodeputata e Presidente della Commissione Crim (sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro) Sonia Alfano.
“Il vero impegno – sottolinea – si concretizza se viene adottata la direttiva anti-discriminazione, se si approvano leggi che prevedano pene adeguate per i reati di omofobia, se si garantiscono alle persone LGBT gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini, e tra queste garanzie auspico anche l’introduzione, in Italia, dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Altrimenti – aggiunge – si tratta di falsa propaganda, che offende a torto l’intelligenza della parte sana e civile della nostra società. Personalmente in Europa ho condotto battaglie asprissime – conclude – e continuerò a battermi in difesa dei diritti di tutti, nella convinzione che sia ancora possibile cambiare rotta, in Italia e nel mondo”.

Giornata Internazionale contro l’Omofobia

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MAFIA. SONIA ALFANO (PRESIDENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA EUROPEA) SU PM DI MATTEO: “LO STATO NON RIPETA I PROPRI ERRORI”

PALERMO, 17 MAG. – “In quest’Italia di status symbol sono protetti da sontuose scorte personaggi collusi, falsi testimoni di giustizia, persino mafiosi. Mi auguro che lo Stato non ripeta i propri errori e sappia proteggere adeguatamente un magistrato titolare di delicatissime inchieste come Nino Di Matteo, suo fedele e autentico servitore”.
E’ quanto ha dichiarato Sonia Alfano, Presidente della Commissione CRIM del Parlamento Europeo (sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro), dopo aver appreso di un allarme sicurezza per il pm palermitano Di Matteo.
“Troppi onesti magistrati hanno pagato con la vita il fatto di aver svolto in modo integerrimo il proprio lavoro – sostiene Alfano – e oggi non possiamo permetterci alcun passo falso. A Nino Di Matteo – conclude – intendo esprimere la mia vicinanza, la mia gratitudine per l’infaticabile impegno in difesa della legalità e il mio sostegno incondizionato” .
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OMOFOBIA. SONIA ALFANO (PRESIDENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA EUROPEA): “ABBATTERE IL PREGIUDIZIO E LE DISCRIMINAZIONI CON LEGGI EFFICACI. BASTA IPOCRISIA”

PALERMO, 17 MAG. – “Ogni anno, in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia, siamo costretti ad ascoltare parole di circostanza, in particolare da buona parte della politica italiana: quella stessa politica giustamente attaccata a livello europeo per la propria inadeguatezza in fatto di lotta alle discriminazioni di ogni tipo. Per questo il mio appello, oggi più che mai, è di mettere da parte l’ipocrisia e la demagogia e garantire un impegno concreto: lavorare per abbattere il pregiudizio e le discriminazioni, attraverso la diffusione di una cultura del rispetto e per mezzo di leggi efficaci. E’ dovere delle istituzioni e della politica fare in modo che non esista più alcun tipo di persecuzione o anche soltanto prepotenza nei confronti delle persone LGBT”.
Lo ha detto l’eurodeputata e Presidente della Commissione Crim (sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro) Sonia Alfano.
“Il vero impegno – sottolinea – si concretizza se viene adottata la direttiva anti-discriminazione, se si approvano leggi che prevedano pene adeguate per i reati di omofobia, se si garantiscono alle persone LGBT gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini, e tra queste garanzie auspico anche l’introduzione, in Italia, dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Altrimenti – aggiunge – si tratta di falsa propaganda, che offende a torto l’intelligenza della parte sana e civile della nostra società. Personalmente in Europa ho condotto battaglie asprissime – conclude – e continuerò a battermi in difesa dei diritti di tutti, nella convinzione che sia ancora possibile cambiare rotta, in Italia e nel mondo”.
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Nel segno dell’antimafia: interviste a Sonia Alfano e Antonio Ingroia

di Fabrizio Colarieti (http://ilpuntontc.com)

Sonia Alfano

Colloquio con il presidente della Commissione antimafia europea, Sonia Alfano: «Non c’è un solo Paese nell’Ue immune al crimine organizzato. Combatteremo le mafie ovunque senza fare sconti. E ai “colletti bianchi” collusi dico: attenti, avete le ore contate»

In Europa non c’è un solo Paese immune al crimine organizzato. Combatteremo le mafie ovunque, e anche i “colletti bianchi” avranno le ore contate». Sonia Alfano, da Strasburgo, dichiara guerra a cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta. L’europarlamentare dell’Idv, 41 anni, figlia del giornalista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia nel ’93, è stata appena eletta alla presidenza della Commissione antimafia europea. Un organismo che in diciotto mesi dovrà convincere tutti i Paesi membri che la criminalità organizzata non è solo una piaga italiana. Lo farà come spiega a Il Punto esportando la nostra legislazione antimafia, e, forse, creando anche una super procura.

Onorevole Alfano annunciando la sua nomina ha parlato del raggiungimento di un primo traguardo. E’ stato così difficilfar capire all’Europa che la criminalità organizzata riguarda tutti e non solo l’Italia?
«Mi sento di dire che è stata una difficoltà giustificata. Nel senso che per tantissimi anni, in nessun atto ufficiale europeo, è mai comparso il termine mafia, né tantomeno crimine organizzato. Se a questo aggiungiamo il fatto che in tutti gli altri Paesi europei c’è la convinzione che le mafie siano un problema prettamente italiano, come anche in Italia in molti sono convinti che questo problema riguardi solo il Sud, ci rendiamo conto che far ben comprendere il problema è stato difficoltoso. In Europa s’ignorava la reale minaccia, pur essendo ben noto il radicamento della ‘ndrangheta in Germania, di cosa nostra in Olanda, in Belgio e in Francia e della camorra in Spagna. I miei colleghi hanno compreso tutto questo parlando con i loro magistrati».

Che poteri avrà la Commissione?
«Intanto farà delle audizioni con esponenti delle autorità giudiziarie e del sistema investigativo europeo per tracciare un quadro e avviare un monitoraggio rispetto alla capacità di radicamento delle varie mafie in tutti e 27 i Paesi. Già lo scorso anno, attraverso il contributo di una serie di magistrati italiani, spagnoli e canadesi, abbiamo iniziato a comprendere come sia stato possibile che le organizzazioni criminali si radicassero nei vari Paesi europei. E abbiamo la certezza che non c’è un solo Paese immune».

La Commissione che presiede come collaborerà con l’autorità giudiziaria?
«Ascolteremo i vari organi che si occupano di contrasto al crimine organizzato e saranno loro a dirci, dal punto di vista legislativo, quali sono le necessità. Tra le priorità c’è sicuramente l’introduzione del reato di associazione mafiosa, ma anche del carcere duro, oltre a un testo unico antimafia da consegnare alla Commissione europea e agli altri stati membri».

Vi avvarrete di Eurojust ed Europol o pensate di istituire una super procura?
«L’obiettivo di diversi esponenti è quello di creare la figura del procuratore europeo antimafia. Sono fermamente convinta che l’indipendenza della magistratura dal potere politico debba essere la condicio sine qua non. Quindi la direzione è quella anche per noi, ma prima vogliamo capire da chi dipenderà questa procura. Di fatto abbiamo già attivato una serie di collaborazioni molto proficue, non solo con Europol ed Eurojust, ma anche con l’Interpol, con l’Olaf, con la Corte dei Conti europea, con l’Unodc e con tutti gli organismi europei che già si occupano di mafie. Quello che possiamo fare come Commissione, e non è poco, è agevolare la cooperazione tra questi organismi».

La nostra legislazione antimafia è davvero la migliore al mondo?
«L’Italia, oltre ad avere la migliore legislazione, è il Paese che ha pagato di più in termini di vite umane. Ma è ovvio che anche nel dispositivo legislativo italiano ci sono delle lacune. Penso alla norma che tutela i testimoni di giustizia, che è la stessa che tutela i collaboratori. I testimoni, con tutto rispetto per i pentiti, sono cosa ben diversa. Stiamo limando alcune sbavature, si pensi anche al fatto che l’Italia è l’unico Paese al mondo che fa una distinzione tra vittime di mafia e vittime del terrorismo».

Ha annunciato che dichiarerà guerra anche ai “colletti bianchi”
«Guerra senza frontiere e sconti per nessuno. Quello che è accaduto in Italia non deve accadere mai più. Perché se è stato possibile legalizzare e istituzionalizzare cosa nostra e la camorra, è avvenuto perché c’è stato chi dall’esterno ha materialmente reso possibile l’ingresso del crimine organizzato nelle istituzioni e nella politica. Non sarà più possibile. I fiancheggiatori, i prestanome, e coloro che si sono prestati a far sì che le mafie diventassero linfa vitale per una parte deviata delle istituzioni sappiano che hanno i giorni contati».

Per fare tutto questo non sono pochi diciotto mesi?
«In meno di un anno abbiamo dimostrato che quando c’è la volontà si procede in maniera assolutamente lineare e spedita e con degli obiettivi condivisi da tutti a prescindere dagli schieramenti politici. Tutto questo era inimmaginabile fino a un anno fa. Ma abbiamo dimostrato che porre come obiettivo la risoluzione di un problema che riguarda la sicurezza e la libertà di 500 milioni di cittadini non è un’impresa impossibile».

Colloquio con il Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: «Contro il crimine organizzato occorrono un testo unico europeo delle leggi antimafia e una super procura. E in questo clima di odio c’è il rischio che qualche testa calda se ne approfitti»

Per combattere la criminalità organizzata, superando confini e ostacoli, occorre un testo unico europeo delle leggi antimafia e una super procura». Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, accoglie con soddisfazione la nomina di Sonia Alfano alla presidenza della Commissione antimafia europea, ma, rispondendo alle domande de Il Punto, avverte: «Non sarà facile fare tutto questo in poco tempo, perché non credo ci siano ancora le condizioni politiche». E sulle minacce di morte appena ricevute, che l’hanno costretto a rinunciare a partecipare a un evento in ricordo di Paolo Borsellino: «Con questo clima di odio c’è il rischio che qualche testa calda se ne approfitti».

Dottor Ingroia, partiamo dalla nomina dell’onorevole Sonia Alfano alla presidenza della Crim, è una grande op-portunità non crede?
«E’ certamente un’occasione importante. Ed è un’opportunità per tutta l’antimafia avere un presidio europeo, un punto di riferimento forte. Dobbiamo guardare sempre di più verso gli snodi istituzionali, dove si può organizzare un’offensiva contro il potere mafioso che non sia più confinata dentro il territorio nazionale, ma che sia transnazionale. L’Europa deve diventare uno spazio giuridico antimafia, e per diventarlo penso che la Commissione antimafia europea sia un ottimo strumento. Deve essere, soprattutto, un’occasione per tutti».

Quali ostacoli incontra un magistrato italiano quando si trova a indagare sulla criminalità organizzata fuori dai confini nazionali?
«Ne incontra mille, spesso anche insormontabili. Innanzitutto ostacoli rappresentati da linguaggi diversi, e non mi riferisco agli idiomi linguistici, ma a quelli giuridici. Non sempre si è compresi quando si parla di cosa nostra, di camorra o della ‘ndrangheta. Siamo di fronte a un fenomeno che non è solo locale, o al massimo regionale, e questo concetto, a volte, è difficile da spiegare anche in Italia, e ovviamente ancor più in Europa. Non c’è una diffusa consapevolezza, e questo è uno degli ostacoli principali. Poi ci sono ostacoli pratici, legislativi, che sono una conseguenza delle difficoltà linguistiche cui accennavo, non essendoci sufficiente consapevolezza della dimensione transnazionale della mafia. Ogni Paese è attrezzato con strumenti giuridici modellati sulla criminalità locale che non riguardano la criminalità transnazionale, e quindi quello che è reato in Italia non lo è altrove. E’ il caso, classico, dell’associazione di tipo mafioso, oppure i presupposti che consentono di sequestrare e confiscare un bene in Italia, in base al sistema delle misure di prevenzione patrimoniali, che non sono riconosciute in altri Paesi europei, e questo, naturalmente, rende difficoltosa anche la caccia ai patrimoni mafiosi. Quello che manca è una piattaforma comune, che si costruisce solo passando attraverso una fase di omogeneizzazione delle legislazioni nazionali e attraverso sempre più efficaci ed efficienti strumenti di lotta transnazionali».

Immagina una super procura o, comunque, più coordinamento tra le forze di polizia?
Credo occorra potenziare gli strumenti che già ci sono. Eurojust ed Europol svolgono questa funzione, cioè agevolano gli scambi d’informazioni tra stati, ma non hanno ancora quella forza e quel potere vincolante che ha, per esempio, la Procura nazionale antimafia in Italia. Bisogna esportare i modelli virtuosi italiani in ambito europeo. Modellare, per esempio, Eurojust sul modello della Procura nazionale antimafia, se non si vuole creare una super procura. Occorre creare un luogo dove si elaborino strategie comuni per affrontare a livello europeo la criminalità organizzata».

Pensa all’introduzione di un testo unico antimafia?
«Certamente possiamo dire che l’obiettivo finale, il traguardo da raggiungere, è l’adozione di un testo unico europeo delle leggi antimafia, così come la creazione di una procura europea antimafia. Ma non credo ci siano le condizioni politiche per raggiungere questi due obiettivi in tempi rapidissimi, e su questo bisogna lavorare creando i presupposti».

Recentemente è stato costretto, per motivi di sicurezza, ad annullare la partecipazione ad un incontro pubblico, a Teramo, e ha parlato di minacce «frutto di un’opera costante di delegittimazione».
«Quando si crea, con questa compagna di denigrazione, costante e martellante, questo humus di odio e di falsa etichettatura, offendendo il valore principale di un magistrato, cioè la sua imparzialità, il rischio che qualche testa calda, o qualche fanatico, se ne approfitti c’è. Occorre maggiore senso di responsabilità da parte di tutti, soprattutto dentro le istituzioni. Sono state parole al vento per anni, speriamo che, alla vigilia di quella che si chiama III repubblica, un po’ di senso di responsabilità possa finalmente tornare in questo Paese».

*dal settimanale N.19

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