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Ieri, a Bruxelles, insieme all’autore Biagio Simonetta, ho presentato il libro “Faide”, un romanzo che racconta la mafia più potente e ricca del mondo, la ‘ndrangheta, e le sue “emigrazioni” verso l’Europa; il racconto, in forma romanzata, del più grande e pericoloso sistema criminale della storia. Ecco uno scambio di battute con l’autore che ringrazio per la sua disponibilità e al quale rinnovo i complimenti per il lavoro svolto.
A Palermo, oggi, sono tornati i “forconi”. Migliaia di persone hanno marciato da Piazza Croci fino a Piazza Indipendenza, con forconi e bandiere siciliane. E’ successo di tutto: il presidente dell’Aias (Associazione degli autotrasportatori siciliani) Giuseppe Richichi, Martino Morsello (che nei giorni scorsi era stato sconfessato per i suoi legami con il partito di ispirazione fascista Forza Nuova) e Mariano Ferro (leader del movimento “Forza d’Urto”) hanno sotterrato l’ascia di guerra e hanno sfilato insieme ai militanti di Forza Nuova (che hanno diramato una nota stampa per smentire la notizia di un loro allontanamento dal corteo) e insieme a Giuseppe Sciortino, nipote del bandito Giuliano. Si ricompatta il fronte degli eroi siciliani. Un’allegra compagnia, non c’è che dire. Un idillio che promette bene!
Già nei giorni scorsi, discutendo (anche animatamente) con alcuni miei amici e sostenitori, avevo espresso un forte disagio per le palesi affinità elettive tra il pensiero degli organizzatori di questa “protesta” e le idee separatiste e violente del primo mafioso della storia siciliana: Salvatore Giuliano. Evidentemente non mi ero sbagliata. Del resto, lo stesso Morsello, oggi “misteriosamente” riabbracciato dai “capipopolo” Richichi e Ferro, oltre ad essere legato a Forza Nuova pare essere anche un fervido sostenitore dell’introduzione della “moneta unica siciliana”.
La domanda che vorrei fare a chi oggi ha seguito il corteo è questa: davvero credete di poter cambiare il sistema (in meglio) marciando su Palermo con il nipote del bandito Salvatore Giuliano, con i fascisti e con i separatisti? Non sarebbe più opportuno evitare di accostarsi a personaggi il cui unico obiettivo è affermare principi anti-democratici ed eversivi?
Io non avrei aderito (e non ho aderito) anche solo per il fatto che gli scioperi dei giorni scorsi hanno violato l’art. 40 della Costituzione (sì, quella meravigliosa Carta Costituzionale che il mondo ci invidia e in nome della quale molti nostri connazionali sono morti): “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Ma si sa, io sono un’estremista della Costituzione…
Da più parti mi è stato chiesto di prendere posizione su quanto sta accadendo in questi giorni in Sicilia, rispetto ai blocchi del Movimento dei Forconi. Forse risulterò impopolare e, sebbene abbia già avuto prova del fatto che molto probabilmente da qualcuno sarò insultata, sarò diretta: mi sento distante anni luce da quanto sta succedendo e non perché io sia un parlamentare europeo, ma perchè innanzitutto non condivido il metodo, e non ho ben chiare (io come tanti altri) le vere motivazioni di questi blocchi.
Ho visto immagini di violenza e letto notizie di accoltellamenti, e non posso pensare che qualcuno ritenga di poter risolvere in questo modo i problemi della Sicilia, né posso credere che sia positivo annientare l’economia siciliana, già fortemente provata dalla presenza di Cosa Nostra e delle sue numerose forme e ramificazioni. Peraltro, i manifestanti non hanno ancora ben spiegato contro chi e contro cosa si stiano muovendo, ferma restando l’assoluta gravità di un fatto: non hanno parlato di un programma per la rinascita economica della Sicilia. L’impressione è che non abbiano identificato un nemico ben preciso, ma che si stiano scagliando contro la politica, generalizzando. A che serve?
Ho sentito qualche “leader” del Movimento dei Forconi dire che la protesta è apartitica, e qualche altro dire che l’unico riferimento partitico del movimento è Forza Nuova. Qualcuno di loro dice che si protesta contro il caro-carburante, altri, in modo piuttosto generico, dicono che la protesta è dovuta al “mancato rispetto dello Statuto Siciliano”. Per qualcuno l’obiettivo è addirittura l’indipendenza della Sicilia, e qualche altro inneggia persino ai Vespri Siciliani.
I fatti sono fatti, però: a capo del Movimento dei Forconi ci sono persone che hanno militato nell’Mpa di Raffaele Lombardo, candidandosi alle elezioni regionali e alle amministrative, e persone legate in un modo o in un altro a Forza Nuova. Non mi si parli di strumentalizzazioni non volute, per favore, perchè in prossimità di alcuni blocchi Forza Nuova è stata autorizzata ad appendere gli striscioni con cui appoggia la protesta. E le tre dita alzate che vedete nella foto a corredo di questo post, la dicono lunga sulle idee di alcuni tra i più entusiasti sostenitori di questo movimento “popolare”, che di popolare non ha nulla e di sospetto ha invece molto. Sempre riguardo ai “capipopolo”, il Giornale di Sicilia riporta un’ANSA, nella quale è scritto:
“C’é Giuseppe Richichi, 62 anni, da un ventennio alla guida degli autotrasportatori dell’Aias: ex trasportatore, è tra i responsabili di un consorzio che gestisce un autoparco a Catania realizzato con fondi pubblici. Fu proprio Richichi dodici anni fa a mettersi a capo della protesta che per una settimana mise in ginocchio la Sicilia, con Confindustria che alla fine stimò danni per 700 miliardi di vecchie lire. In quell’occasione Richichi, molto abile a tenere i rapporti con la politica tanto che si vocifera di consulenze che avrebbe avuto in passato all’assessorato regionale ai Trasporti col governo Cuffaro, finì in carcere con l’accusa di avere tagliato le gomme ad alcuni tir per impedire che aggirassero la protesta, all’epoca ribattezzata ‘tir selvaggio’”.
A chi aggredisce verbalmente quanti non intendono unirsi al Movimento dei Forconi viene spontaneo porre delle domande. Perchè la protesta non è partita da Palazzo dei Normanni, dove siedono i politici che gli organizzatori della protesta hanno ripetutamente votato, e che sono i veri responsabili del declino di questa terra? Pensate veramente che accoltellamenti ed assalti ai negozi aperti sia un modo per aiutare la Sicilia? Pensate davvero che questa protesta stia danneggiando i reali colpevoli della perenne crisi economica della Sicilia? Io credo di no.
In questi 19 anni di battaglie contro la mafia e i poteri forti, tante volte mi sono ritrovata sola. Tante volte insieme ad altri familiari di vittime innocenti della mafia ho tentato di far sentire la mia voce, mantenendo sempre il decoro, il buon senso, il rispetto per quelle regole democratiche che i nostri morti hanno difeso fino all’estremo sacrificio. Per questo non posso accettare che la memoria di chi ha pagato con la vita il proprio amore per la verità e la democrazia possa essere calpestata in questo modo.
Soltanto pochi giorni fa Ignazio Cutrò, testimone di giustizia sotto scorta per aver fatto condannare ad oltre 70 anni di carcere i mafiosi della Bassa Quiquina, ha messo in atto una protesta (con tanto di sciopero della fame) di fronte Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione Siciliana (lui ha sempre identificato i responsabili del suo disagio ed a loro si è sempre rivolto, con chiarezza e senza ambiguità). Lo ha fatto perchè dopo aver denunciato è stato costretto a non lavorare più e si è riempito di debiti che non può pagare. Ignazio ne ha fatte di proteste, ma non ha mai neanche lontanamente pensato di prendere in ostaggio centinaia di migliaia di cittadini siciliani, come invece sta facendo il Movimento dei Forconi. Avete un’idea di quanti cittadini siciliani in questi giorni hanno pianto per non aver potuto prendere un aereo che li avrebbe portati ad un colloquio di lavoro o a fare una visita importante in qualche reparto di oncologia? No? Chiedetevelo. Io, all’aeroporto di Catania, ho visto scene desolanti, di ragazzi che, impossibilitati a fare un nuovo biglietto aereo, hanno dovuto rinunciare all’unica possibilità di lavoro che si era presentata negli ultimi anni.
A suffragare poi il sospetto di infiltrazioni mafiose all’interno del Movimento, sono arrivate questa mattina autorevoli dichiarazioni, rilanciate da Adnkronos:
Autotrasporti: procuratore Palermo, giustificato allarme su infiltrazioni mafiose
Palermo, 19 gen. – (Adnkronos) – L’allarme lanciato ieri da Confindustria Sicilia sul pericolo di infiltrazioni mafiose della protesta degli autotrasportatori che sta mettendo in ginocchio la Sicilia ”e’ giustificato”. Ne e’ convinto il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che concorda con l’allarme lanciato dagli industriali ”al quale dovra’ darsi la massima attenzione, perche’ se Confindustria ha questo tipo di cognizione del problema la cosa e’ della massima serieta’ e non puo’ essere trascurata”.
La vera rivoluzione, per la Sicilia, sarebbe la legalità. Mi aspetto dai cittadini siciliani un grande e dimostrativo sussulto di dignità dentro le urne, e non in fila dietro i Tir.
Tra poco, intorno alle 19.15, sarò in diretta a “La Zanzara”, Radio 24. Clicca qui per ascoltare.
C’è ancora qualcuno convinto che la mafia al Nord non esista, nonostante il Parlamento europeo abbia preso atto, dopo una serie di mie interrogazioni parlamentari alla Commissione europea e una risoluzione sulle mafie nell’Ue, del fatto che le cosche si sono addirittura infiltrate in tutti i 27 Stati membri.
Eppure, già nel novembre del 1991, una donna che i giornali hanno ribattezzato “la merciaia”, denuncia il racket delle estorsioni. Il suo nome è Pina Aquilini, ed è stata la prima, e una delle poche (forse l’unica), commerciante toscana di Campi Bisenzio che abbia deciso di affrontare in tribunale la mafia. Grazie alle sue testimonianze finisce in carcere Marcello Cavataio, nato a Montalcino (e non a Corleone) ma, a detta della DDA di Firenze, appartenente “all’ambiente mafioso” e facente parte di “un gruppo familiare che per lunghi anni si è reso responsabile di gravissimi fatti delittuosi (omicidi, estorsioni, reati in materia di stupefacenti ed altro [...])”.
Così Pina Aquilini fa il suo dovere di cittadina e commerciante onesta, fa arrestare i membri dellabanda del Cavataio e, come da tradizione, finisce sul lastrico. Il Fondo Antiracket non la aiuta e nel novembre del 1993 viene avvicinata dagli uomini del Cavataio e picchiata affinchè ritratti. Ma la signora Aquilini non demorde, denuncia anche i suoi aggressori. Per 8 anni lo Stato non le riconosce alcun risarcimento: soltanto nel 2000 le viene concesso il contributo previsto per le vittime del racket.
Finalmente Pina Aquilini vede una luce in fondo al tunnel. Paga i debiti e riparte, dopo anni di miseria e sofferenze, con la sua attività. Ma la serenità dura poco, perchè nei primi giorni del 2002 la mafia bussa di nuovo alla sua porta, e fa rumore: Giuseppe Santaguida, imparentato con uno ‘ndranghetista, le chiede di “versare” 4 milioni (di lire) al mese, e per convincerla a non farne parola con nessuno le mette le mani addosso. La “merciaia” denuncia, ancora, e si costituisce parte civile nel processo a carico di Santaguida.
Oggi Pina Aquilini vive lontano dalla sua merceria e dalla sua Campi Bisenzio. E’ dovuta scappare in un paesino di montagna, perchè i boss sono ancora in paese. Lei, come mi scrive in una lettera, la mattina si alza alle cinque per andare a fare le pulizie per cinque euro l’ora, lavora soltanto due ore al giorno e ha un marito disoccupato. Ciò significa che con dieci euro al giorno deve mandare avanti una famiglia. Non chiede nulla, la “merciaia”, ma rivendica il suo diritto ad avere restituita la propria dignità, troppe volte calpestata da uno Stato assente, indifferente, ingrato. Le storie dei testimoni di giustizia, patrimonio morale e civile inestimabile del nostro Paese, purtroppo non sono incoraggianti: basti pensare che la maggior parte di loro ha in sospeso qualche contenzioso con la Commissione Centrale Protezione del Ministero dell’Interno.
Buona parte delle istituzioni, comunque, continua a suggerire a commercianti e imprenditori vessati di denunciare, salvo poi abbandonarli al loro crudele destino. E’ indispensabile che il sistema di gestione dei testimoni di giustizia e delle vittime del racket venga rivisitato a dovere, poiché a queste condizioni gli imprenditori e i commercianti taglieggiati che vorrebbero esporsi hanno, giustamente, paura delle conseguenze. Per questo quello che mi auguro è che il legislatore, l’attuale governo (o più probabilmente quello che verrà) e in particolare il Ministro dell’Interno, vogliano impegnarsi affinché funzioni meglio il sistema di cautele (che non vanno confuse con quelle riservate ai collaboratori) e che ai testimoni di giustizia vengano concretamente garantiti, oltre alla sicurezza personale, anche aiuti materiali, economici, psicologici e sociali. Senza eccezioni e puntualmente. Spesso ai testimoni di giustizia costretti a cambiare identità e a trasferirsi in incognito, per esempio, non viene assicurata un’assistenza adeguata rispetto al trauma che stanno subendo, mentre ad altri accade di ricevere cartelle esattoriali da urlo benché queste dovessero essere bloccate da sospensioni prefettizie. Tutto questo non deve più accadere.
C’è ancora qualcuno convinto che la mafia al Nord non esista, nonostante il Parlamento europeo abbia preso atto, dopo una serie di mie interrogazioni parlamentari alla Commissione europea e una risoluzione sulle mafie nell’Ue, del fatto che le cosche si sono addirittura infiltrate in tutti i 27 Stati membri.
Eppure, già nel novembre del 1991, una donna che i giornali hanno ribattezzato “la merciaia”, denuncia il racket delle estorsioni. Il suo nome è Pina Aquilini, ed è stata la prima, e una delle poche (forse l’unica), commerciante toscana di Campi Bisenzio che abbia deciso di affrontare in tribunale la mafia. Grazie alle sue testimonianze finisce in carcere Marcello Cavataio, nato a Montalcino (e non a Corleone) ma, a detta della DDA di Firenze, appartenente “all’ambiente mafioso” e facente parte di “un gruppo familiare che per lunghi anni si è reso responsabile di gravissimi fatti delittuosi (omicidi, estorsioni, reati in materia di stupefacenti ed altro [...])”.
Così Pina Aquilini fa il suo dovere di cittadina e commerciante onesta, fa arrestare i membri dellabanda del Cavataio e, come da tradizione, finisce sul lastrico. Il Fondo Antiracket non la aiuta e nel novembre del 1993 viene avvicinata dagli uomini del Cavataio e picchiata affinchè ritratti. Ma la signora Aquilini non demorde, denuncia anche i suoi aggressori. Per 8 anni lo Stato non le riconosce alcun risarcimento: soltanto nel 2000 le viene concesso il contributo previsto per le vittime del racket.
Finalmente Pina Aquilini vede una luce in fondo al tunnel. Paga i debiti e riparte, dopo anni di miseria e sofferenze, con la sua attività. Ma la serenità dura poco, perchè nei primi giorni del 2002 la mafia bussa di nuovo alla sua porta, e fa rumore: Giuseppe Santaguida, imparentato con uno ‘ndranghetista, le chiede di “versare” 4 milioni (di lire) al mese, e per convincerla a non farne parola con nessuno le mette le mani addosso. La “merciaia” denuncia, ancora, e si costituisce parte civile nel processo a carico di Santaguida.
Oggi Pina Aquilini vive lontano dalla sua merceria e dalla sua Campi Bisenzio. E’ dovuta scappare in un paesino di montagna, perchè i boss sono ancora in paese. Lei, come mi scrive in una lettera, la mattina si alza alle cinque per andare a fare le pulizie per cinque euro l’ora, lavora soltanto due ore al giorno e ha un marito disoccupato. Ciò significa che con dieci euro al giorno deve mandare avanti una famiglia. Non chiede nulla, la “merciaia”, ma rivendica il suo diritto ad avere restituita la propria dignità, troppe volte calpestata da uno Stato assente, indifferente, ingrato. Le storie dei testimoni di giustizia, patrimonio morale e civile inestimabile del nostro Paese, purtroppo non sono incoraggianti: basti pensare che la maggior parte di loro ha in sospeso qualche contenzioso con la Commissione Centrale Protezione del Ministero dell’Interno.
Buona parte delle istituzioni, comunque, continua a suggerire a commercianti e imprenditori vessati di denunciare, salvo poi abbandonarli al loro crudele destino. E’ indispensabile che il sistema di gestione dei testimoni di giustizia e delle vittime del racket venga rivisitato a dovere, poiché a queste condizioni gli imprenditori e i commercianti taglieggiati che vorrebbero esporsi hanno, giustamente, paura delle conseguenze. Per questo quello che mi auguro è che il legislatore, l’attuale governo (o più probabilmente quello che verrà) e in particolare il Ministro dell’Interno, vogliano impegnarsi affinché funzioni meglio il sistema di cautele (che non vanno confuse con quelle riservate ai collaboratori) e che ai testimoni di giustizia vengano concretamente garantiti, oltre alla sicurezza personale, anche aiuti materiali, economici, psicologici e sociali. Senza eccezioni e puntualmente. Spesso ai testimoni di giustizia costretti a cambiare identità e a trasferirsi in incognito, per esempio, non viene assicurata un’assistenza adeguata rispetto al trauma che stanno subendo, mentre ad altri accade di ricevere cartelle esattoriali da urlo benché queste dovessero essere bloccate da sospensioni prefettizie. Tutto questo non deve più accadere.
La stampa e l’opinione pubblica internazionale sembra se ne siano accorte solo nelle ultime settimane: la nuova Costituzione ungherese, approvata nel 2011 ed entrata in vigore l’1 gennaio 2012, sfida apertamente i principi democratici e i valori fondanti su cui l’Unione Europea è costruita. La campagna politica che il premier ungherese Viktor Orbán sta conducendo da quasi due anni è estremamente pericolosa e antidemocratica.
Già nel luglio del 2010 avevo presentato, insieme ad altri eurodeputati, un’interrogazione alla Commissione Europea sulla minaccia dei primi interventi legislativi del governo ungherese, quelli volti a limitare fortemente la libertà di informazione anche attraverso l’istituzione di veri e propri organi censori. Ma il progetto politico di Orbán ha subito un’accelerazione improvvisa con l’approvazione, nel giro di pochi mesi e coi voti del solo partito di maggioranza, di una profonda riscrittura della carta costituzionale ungherese. Con questa modifica viene stravolto l’assetto istituzionale del Paese, con una forte limitazione dell’indipendenza di alcuni organi importanti (Corte costituzionale, Corte dei Conti, Banca centrale) e compromettendo la stessa terzietà della magistratura, con l’assegnazione ad un unico soggetto (di fatto di nomina governativa) di ampi poteri – paragonabili a quelli del Csm -, ivi compresi quelli di nominare e rimuovere i magistrati.
Non si può sottacere, inoltre, il fatto che la nuova Costituzione ungherese, elaborata sulla base di un mix di populismo, xenofobia e fondamentalismo pseudo-cattolico, esalta e promuove lediscriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, della razza e del credo religioso. Penso che non siano sufficienti poche righe per descrivere quanto sta accadendo in Ungheria. Si tratta di una situazione che, purtroppo, in Parlamento Europeo, denunciamo da molto tempo, chiedendo alla Commissione Europea di intervenire.
Lo scorso dicembre la Commissione, a ridosso dell’entrata in vigore della Costituzione, ha inviato lettere di richiesta di chiarimento all’Ungheria, ma questa volta in molti pensano che la probabile “messa in mora” non sarà sufficiente. Come ho detto ieri in commissione parlamentare Libe in presenza della Commissione Europea, bisogna utilizzare lo strumento dell’art. 7 del Trattato dell’Ue, che consente di sospendere i diritti – ma non i doveri – di uno Stato membro, compreso quello di voto. La Commissione, che tentenna, la prossima settimana verrà a riferire a Strasburgo. Il Parlamento Europeo, nonostante resistenze interne, sembra voler procedere nell’attivazione della procedura “articolo 7”. Sottovalutare ancora la “questione ungherese” significherebbe dare un colpo forse mortale all’Unione Europea; a quell’Unione costruita per difendere e diffondere libertà, diritti e democrazia.